Dall'aiuola al Tokonoma


Un Ginepro di periferia


Juniperus Old Gold


Un Workshop che dura da anni


Chamaecyparis Pisifera


Il fascino dello shari


Interventi programmati su uno Juniperus Chinensis


Sentiero tortuoso


Il tasso : magnifica essenza


Thuja

 


Il fascino dello shari

Molte volte mi sono chiesto come possa una pianta riuscire a sopravvivere in condizioni ambientali al limite dell’impossibile.
La natura è spietata, infatti, per alcune piante riuscire a superare il clima avverso delle zone montane è un’impresa ardua. In alcuni casi capita che queste debbano cercare nei dintorni l’ultimo granello di terra umida rimasto oppure proteggersi dal gelo sotto la neve, per riuscire a sopravvivere, anche se questo le costringe a sacrificare parti di tronco oppure alcuni rami.
Inizialmente non ero molto attratto da bonsai con queste caratteristiche perchè, a mio modo di vedere di quel periodo, li trovavo artificiali, più simili a delle sculture che a dei bonsai; con il passare del tempo invece, documentandomi e cominciando a conoscere le loro caratteristiche, ho iniziato ad apprezzarli e rispettarli in modo particolare.
Mi è capitato di percorre sentieri tra le rocce in alta montagna, oppure scogliere in riva al mare, ed ho visto alcune piante vivere in un pugno di terra oppure in una crepa, creatasi in una roccia, non più larga di qualche centimetro.
Grazie all’accumulo di qualche ago secco ed un pugno di polvere, le radici hanno potuto raggiungere il terreno ai piedi di una grande roccia riuscendo così a mantenersi in vita.
Nell’impostare un bonsai non sempre è necessario creare degli shari, tuttavia in alcuni casi diventa quasi obbligatorio, com’è avvenuto per questa pianta da vivaio mai lavorata prima.
In quale altro modo avrei potuto nascondere rami tagliati e mimetizzare quei monconi se non levigandoli e scalfendoli per renderli più adeguati ad un bonsai ?
Dico questo con un po’ di polemica, perché mi capita ancora di sentire critiche a tale riguardo, anche da personaggi noti che praticano bonsai da moltissimi anni; e questo senza neppure tenere conto di com’era in origine quella pianta.
Sono invece d’accordo nell’affermare che la naturalezza della legna secca si raggiunge solo con il passare degli anni, con i mezzi e le conoscenze che abbiamo attualmente.
Questo lo dico per esperienza perchè durante un viaggio in Giappone con il gruppo dello studio botanico ed altri amici, dopo aver visitato il giardino del maestro Masahiko Kimura, discutemmo, dopo pranzo, nel suo salotto, circa l’andamento del bonsai in Giappone e di come si sviluppava in Italia
Non potendo uscire per il cattivo tempo, abbiamo approfittato della disponibilità del maestro per fargli molte domande, non ultima la richiesta di consigli sulla tecnica di lavorazione sulla legna secca.
A questo punto Kimura, mostrandoci un ceppo di un ramo lavorato parzialmente in modo meraviglioso, ci ha domandato quanto tempo, secondo noi, poteva occorrere per ottenere un simile risultato.
Alcuni risposero quattro ore, altri sette, io ho detto forse cinque o sei ma senza però neppure riuscire ad avvicinarsi a quel risultato.
Mister Kimura ci ha guardato con un sorriso ironico e, scuotendo la testa, ci ha detto che eravamo fuori strada, che erano sufficienti sette secondi ; alchè noi ci guardammo in faccia increduli e sbalorditi. Il maestro ci ha poi spiegato che aveva creato una macchina per fare questo, macchina della quale però non ha voluto svelare nulla, lasciandoci con l’amaro in bocca.
Per noi tutto questo è ancora fantascienza. Ma tornando a noi parliamo di cose a livelli più umani.

 

Alcuni ginepri, dopo la potatura di grossi rami, abbandonano le linee linfatiche corrispondenti a quei tagli e così, dopo un periodo di uno o due anni, togliendo la corteccia che si sarà seccata naturalmente, avremmo creato uno shari senza rischiare (in caso fossimo stati noi a tracciarlo) di compromettere la vita della pianta.



Foto n. 1

Primavera 1996. Come si presentava al momento dell’acquisto ; Nello stesso periodo è stata rinvasata in una ciotola bassa per prepararla ad un futuro rinvaso.

 

Foto n. 2

Nello stesso periodo si è proceduto alla selezione dei rami e la pulizia della corteccia dai monconi dei rami eliminati


Foto n.3

Inizialmente avevo pensato di impostare la pianta con il ramo superiore, ma dopo un attento esame mi sono reso conto che sarebbe diventata molto alta ; cosi ho visto la possibilità di utilizzare un piccolo ramo sufficiente per creare gli impalchi necessari.

Foto n. 4

Particolare ravvicinato del lavoro di fresatura.

Foto n. 5

Retro della pianta

Foto n. 6

Risultato finale del lavoro eseguito a novembre 1996. La pianta misura un’altezza di 30 cm. circa, inizialmente era alta 80 cm.

 

 
© 2006 - Donato Danisi

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